La recensione del professore Franco Frabboni sul saggio "Persone Disabili" PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Lunedì 05 Novembre 2012 19:13

BOLOGNA - La tesi pedagogica che scorre lungo le appassionate pagine di Francesco Fusca pone alla sua rotonda un grido d’allarme. Questo.  La scuola del belpaese è chiamata - oggi più di ieri - a garantire all’intera sua utenza il diritto di entrata e di uscita da uno dei rami dell’albero dell’istruzione pubblica. Traguardo possibile se saprà fronteggiare la deriva delle bocciature e delle ripetenze che costringe un folto plotone di allievi all’abbandono, anzitempo, del proprio posto/banco. La dispersione scolastica in Italia sta toccando cifre da retrocessione in Europa. Da relegazione - con infamia - nel binario della serie/B del vecchio continente.

E’ su questo scenario “diroccato” che la scuola dell’inclusione va impegnata a combattere, senza esclusione di colpi, le teorie antipedagogiche che danno voce ai tamburi ideologici (dai richiami selettivi e discriminatori) che fanno l’occhiolino alle sirene aziendalistiche dell’istruzione. Queste, cavalcando un’ideologia senz’anima e vuota di futuro chiedono al sistema scolastico di convertirsi nel primo ring della competitività e della selezione, sul quale incrocia i guantoni il gruppo-classe. Un match/no-stop che sancisce chi ancora potrà sedere nel proprio/banco (il vincitore) e chi non avrà più il posto/banco (il vinto: il bocciato).

Accogliere la “competitività” come metodo di istruzione significa cancellare l’amicizia e la solidarietà che nascono spontanee tra i banchi di scuola. Se la meritocrazia (mamma della competitività) viene elevata a piatto/unico del menù dell’istruzione sicuramente intossicherà le aule/classi di dinamiche antagonistiche e conflittuali. Per fronteggiare questa deriva, Francesco Fusca chiede alla scuola di non tradire mai l’ideale educativo della cooperazione: che genera dialogo, solidarietà  e responsabilità, dando  senso e significato allo stare insieme per conoscersi e per imparare. A tal fine, l’Autore chiede che i prossimi curricoli scolastici siano aperti -  senza titubanze - all’oltre-scuola. Ai contesti urbani e non, dove abitano cittadinanze multiple: bianche e nere, ricche e povere, adulte e anziane.

Per dare prospettiva educativa alla diagnosi sullo stato di salute della scuola, Francesco Fusca dà palcoscenico e voce a don Lorenzo Milani. Acuto chiromante, il priore di Barbiana coglie nella sfera di cristallo l’irrinunciabile compito dell’istruzione pubblica: neutralizzare la dispersione, perché snatura i destini civili e culturali di un Paese democratico. Parliamo delle insopportabili cifre di ripetenza e di abbandono (a partire dai suoi ragazzi di Barbiana: figli di contadini) alle quali don Lorenzo imputava, con amarezza, la responsabilità di deformare la Scuola a istituzione  socialmente selettiva, culturalmente macchina del vuoto (ri/produce e non/produce conoscenze) e antropologicamente disattenta ai linguaggi, ai modi di pensare e di sognare di cui sono testimoni le giovani generazioni.

A baricentro della coraggiosa e profetica riflessione dell’Autore sta, a nostro parere, un disagio pedagogico che condividiamo con pari sofferenza.

Smarrito e abbandonato a se stesso, l’allievo disabile percepisce sempre più il mondo scolastico come una cupa e minacciosa boscaglia. L’uscita dal percorso dell’obbligo chiede agli alunni di essere equipaggiati (un pedaggio?) di speciali sassolini bianchi sui quali sono stampati i saperi dei Programmi ministeriali: algoritmici e sequenziali, mai  pieni di dubbi e di perché. Al cospetto di un dedalo intricato di sentieri per lo più sbarrati si consuma il destino del “disagio” (e della marginalizzazione) di cui è colpevole la Scuola.

Intendiamo affermare che ci saranno allievi (per usare l’incisiva metafora di Andrea Canevaro in I bambini che si perdono nel bosco) che potranno riempirsi le tasche di sassolini bianchi da disseminare nell’unico sentiero aperto che dà modo di ritrovare la strada che porta alla propria identità culturale: anche di notte, al chiarore della luna.

Ma ci saranno ahimé allievi che non saranno in grado di fare provvista di sassolini (e tantomeno bianchi). Di qui il loro bilancio-in-rosso: saranno costretti a lasciare cadere soltanto briciole di pane secco (i linguaggi del silenzio, della corporeità: gesto-suono-immagine) a mo’ di frecce segnaletiche. Queste, purtroppo, risulteranno orme e tracce troppo labili e fragili. Basteranno le formiche per cancellare la loro precaria ed effimera funzione/bussola.

Franco Frabboni

Emerito di Pedagogia - Università di Bologna

Bologna, ottobre 2012

La recensione è in pubblicazione nella Rivista "PEDAGOGIA PIÙ DIDATTICA", diretta da: Massimo Baldacci, Liliana Dozza, Franco Frabboni, Franca Pinto Minerva (Erickson, Trento)

 

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