Recensione a "i versi della Pietà" (di Francesco Pistoia)
Pubblicato da: Magiko
, il: 13/11/2008
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MEDITAZIONI RELIGIOSE DEL XXI SECOLO
Francesco Fusca, i versi della Pietà. Pagine limpide, una bella edizione dell’Associazione MeEduSA, di Spezzano Albanese, impegnata nell’educazione, nella cultura, nell’arte. Dalla copertina di Emanuele Armentano un Cristo paziente, fotografia del maestro Antonio Arcuri, ispira sentimenti di elevata partecipazione al dolore dell’umanità e introduce alla lettura del libro. Impreziosito, il libro, da eccellenti riproduzioni artistiche (Masaccio, Cacciata dal Paradiso Terrestre; Ibrahim Kodra, Musica; Maestro delle Heures de Rohan, La morte davanti a Dio; Antonio De Pereda, Il sogno dell’uomo; Michelangelo, Cristo giudice e la Madonna; Juan de Valdés Leal, Allegoria della morte). Karol Wojtyla in preghiera, splendida foto a colori; una significativa foto in bianco e nero: il musico Mstislav Rostropovich suona davanti al muro di Berlino: un documento storico valido più di un trattato. Un maestro impareggiabile fa da guida in questo percorso comunicativo (se ne abbia o no consapevolezza): il pontefice Benedetto XVI, il quale, non dimentichiamolo, ha voluto che Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica si componesse non solo del testo letterario, cui spetta senz’ +altro il primato nell’insegnamento e nella comunicazione, ma anche di immagini, di riproduzioni di opere d’arte, di quelle opere d’arte che hanno scritto e immortalato tanta storia e tanta spiritualità e tanta teologia. E si deve ricordare che tanta attività pastorale si svolge con efficacia e da tempo con l’aiuto delle immagini, della pittura, con l’ausilio degli strumenti audio-visivi (come un tempo si diceva). Insegnare la religione con l’arte, educare con l’arte, immergersi nella bellezza per attingere il divino. Gli educatori cristiani hanno scritto pagine stupende di storia e realizzato capolavori di espressione in ambito multimediale. Il libro di Fusca con la parola e con l’immagine parla un linguaggio che arriva alla mente e al cuore. Precisazioni di natura grafico-linguistica e bio-bibliografica nella Prefazione. 35 brani, in versi e in prosa, tutti ispirati, impostati in un sapiente modulo unitario che si legge come un racconto. Appunti di viaggio, sempre rigorosamente collocati nel tempo e nello spazio: un viaggio, dunque, nella storia spirituale di sempre e nel dramma dell’uomo contemporaneo. Il viaggiatore, viandante della verità, riflette, guarda con stupore, gioisce e soffre: talvolta pare chiedere aiuto o conferma ai propri stati d’animo: ed ecco il ricorso a brani di poeti e pensatori incontrati nel cammino della vita, a scuola, nei rapporti interpersonali, nei soliloqui sereni e tormentati: Gorki, Ungaretti, Manzoni, Wilde… L’uomo di scuola che è Fusca è intero nel racconto: con la sua accanita limpidezza, che allontana il peso della fastidiosa pratica amministrativa, con la sua alta concezione del compito educativo, che trasforma l’impegno di tutti i giorni in missione e poesia e bellezza, con la sua attenzione ai bisogni dell’umanità, ai ragazzi e ai giovani, che si sostanzia di carità. Quanti operano nella scuola di Calabria, con dedizione, competenza, senso del dovere, non passano inosservati, lasciano tracce indelebili, restano vivi nel cuore degli amici, nella memoria della gente. Ricordiamo alcune di queste figure: la maestra Velleda Valente, che “persino nel letto di morte, pensava ai suoi alunni che l’aspettavano e che non la confondevano con nessuna altra persona, al suo posto…” (p.70); Mario Valentini, una passione viva per la cultura e per la scuola, uno stile sobrio, uno spirito equilibrato, un militante attivo, fondatore di “Scuola e vita”; il preside Ferdinando Caputo, “un esempio di vita”, lavoratore instancabile, orgoglioso di appartenere alla nobile famiglia della scuola (p.112); Giovanni Laviola, educatore, preside, storico, valorizzatore delle tradizioni locali; Cosma Damiano Signorelli, medico, maestro, benefattore… Ma qual è la scuola di Fusca? Non è facile dirlo. Fusca parla di un lavoro che abbrutisce (p.76), di maestri che sono mezzi maestri , di scarsa qualità dirigenziale…Conosce gli aspetti positivi del servizio scolastico nazionale e li mette in risalto; ma è complessivamente scontento della situazione generale della scuola italiana, che si pone agli ultimi posti, nonostante pezzi esaltanti di storia, nella graduatoria europea. Dagli esempi che riporta si evince la necessità di lavorare sodo, con profondo impegno, per restituire alla scuola la sua funzione. Occorre saper cogliere, bene e subito, la portata dell’emergenza educativa, della sfida educativa, su cui la Chiesa va richiamando l’attenzione con insistenza. La scuola ha bisogno di docenti preparati culturalmente e pedagogicamente, competenti nella propria disciplina e aperti alla pluri-e-interdisciplinarità, capaci di dialogare e quindi di educare…Ha bisogno di presidi capaci di sostenere, orientare, coordinare l’attività didattica, di rendere viva la comunità educativa. La dirigenza è una funzione legata all’azienda: e il concetto di azienda, applicato alla scuola – o alla sanità – è ripugnante. Una società costruita sul denaro (l’Europa monetaria!) e non sulla crescita spirituale è destinata a vivere una storia difficile. Si possono elaborare mille progetti (educazione alla legalità, all’ambiente, alla convivenza), si può spendere tanto denaro e tanto tempo: non si approda a nulla senza un progetto di educazione integrale. L’insegnamento degli ultimi pontefici, di tanti vescovi, di maestri del pensiero è un invito pressante a prendere atto di una crisi grave e pericolosa. Si pensi a un don Giussani, a un Biffi, all’ opera di tanti apostoli…Fusca non è mosso da nostalgia, non si lascia travolgere da scoraggiamento e scetticismo: educatore convinto sa aprire i cuori alla speranza con la parola, col ricorso all’esempio di artisti e pensatori, col suo linguaggio… poetico. Linguaggio che in altre occasioni mi è capitato di definire salesiano. Francesco di Sales, l’autore della Filotea, uno tra i libri più diffusi nel mondo, educa alla vera devozione non tanto facendo appello alle sue conoscenze teologiche, ma utilizzando il linguaggio della natura che per tanti aspetti è linguaggio biblico. Poeta della natura: spiega verità e illumina misteri, esprime concetti, pensieri, destini col linguaggio e le immagini dei fiori, dei fiumi, delle stelle, delle ombre e delle luci, dei giardini, dei monti, dei mari…L’autore di Versi della Pietà “insegue i gabbiani a Schiavonea – il mare calabrese tanto amato…” (p.37), contempla paesaggi autunnali o guarda stupito alla Primavera “coi teneri colori e l’allegria, con rondini che fanno mille giri e garriti che riempion ogni via nel cielo terso…” (p.38): “La Primavera ha voli di rondine e i fiori profumo di miele…” (p.46). Questo mondo così ricco di sentimenti e di stupore si sposa e fa tutt’uno col mondo di poeti, di pittori, di musici. Ed ecco il ritratto di Ibrahim Kodra, “uomo d’altri tempi”, viva testimonianza “del Valore dell’Amicizia, del Dialogo e del Lavoro”, costruttore attraverso l’arte di pace, difensore dei diritti umani, cantore del grande ideale della libertà. Poesia, musica, arte…non c’è cultura, ossia crescita umana, senza apertura alla bellezza. Fusca ne è convinto e si guarda bene dal confondere le tante manifestazioni che passano come eventi culturali e sono invece effimere e senza senso. Ecco perché nelle pagine intitolate “Ancora un concorso di poesia?” non esita a dire la sua. Tanti concorsi truccati, chiacchierati…Bisogna avere gli occhi aperti. E allora si va alla riscoperta di valori a cui tanta gente rimane devota. Cultura è saper distinguere, sapersi orientare, sapersi esprimere con sobrietà e con coraggio… E’tutto questo - presentato in rapida sintesi, per accenni discreti- il magma profondo che nutre le riflessioni di Fusca . Riflessioni su che cosa? Il libro presenta una serie di appunti e di lettere con cui Franco Fusca, mettendo per così dire a parte le preoccupazioni professionali, esprime i suoi sentimenti, il suo stato d’animo, il suo dolore per la morte di un amico, di un collega, di un concittadino… Invitato a leggere canzonieri d’amore e saggi di pedagogia, non mi attendevo di trovarmi di fronte a un tema così impegnativo. E se sono qui è perché parlare della morte alla vigilia di quella grande festa della luce del fuoco della vita che è l’Assunzione della Beata Vergine Maria, così si esprime don Giuseppe De Luca, il fondatore dell’Archivio italiano per la storia della pietà, significa introdursi in un discorso che riguarda non la morte ma la vita. Andiamo, se è possibile, con ordine. La morte è cosa terribile, come tutte le cose che non vengono da Dio. La liturgia ci ricorda che il distacco dalle persone care che lasciano questo mondo è doloroso. In tutte le culture, presso tutti i popoli, in tutte le epoche, l’atteggiamento dell’uomo di fronte a questo mistero è sempre rivestito di profondo silenzio e nutrito di profondo rimpianto. Non facciamone uno spettacolo: talvolta gli applausi sono fuori luogo, frutto di mentalità che si vanno anche inconsapevolmente sempre più affermando. Di fronte agli eventi dolorosi di cui parliamo occorre comportarsi con dignità. E, sia ben chiaro, piangere non è vergogna. “Non c’è acqua che lavi più del pianto sincero”. Il pianto è espressione di umanità, di umanità sofferente. Anche Gesù si commuove e piange… Anche la grande poesia dei Salmi, quando preme il pensiero della morte, si colora di mestizia. La vita è un soffio. A 70 anni la vita cessa; i più robusti se ne vanno a 80: la vita è un soffio. Il non voler morire è un sentimento ostinato. Ci si ribella. “Quale vantaggio dalla mia morte,/ dalla mia discesa nella tomba?/ Ti potrà forse lodare la polvere / e proclamare la tua fedeltà nell’amore?” (Salmo 29). Cantico l di Isaia 38: - Io dicevo: ‘A metà della mia vita/ me ne vado alle porte degli inferi;/ sono privato del resto dei miei anni.// Dicevo: ‘Non vedrò più il Signore / nella terra dei viventi, / non vedrò più nessuno/ fra gli abitanti di questo mondo//…Tu hai preservato la mia vita /dalla fossa della distruzione, / perché ti sei gettato dietro le spalle /tutti i miei peccati./ Poiché non ti lodano gli inferi, né la morte ti canta inni:/…Il vivente, il vivente ti rende grazie…- (p.772). E come ci si rasserena, come si rallegra il cuore quando si percepisce lontana la morte: “ Non morirò, resterò in vita /e annunzierò le opere del Signore./ Il Signore mi ha provato duramente, / ma non mi ha consegnato alla morte” (Salmo 117). “Ti esalterò, Signore, perché mi hai liberato…a te ho gridato e mi hai guarito/ Signore, mi hai fatto risalire dagli inferi,/ mi hai dato vita perché non scendessi nella tomba” (Salmo 29). Il biblista Ravasi commenta:”Dio solo può fare sbocciare l’aurora, il tempo biblico classico per l’oracolo di esaurimento nel tempio. Dio solo può fare spuntare, negli occhi velati dalle lacrime, la luce della felicità” (Gianfranco Ravasi,I Salmi,Edizioni San Paolo, 2006,p. 147). Il vivente, il vivente! Il vivens homo è la gloria del Signore. No, l’uomo non morirà! Noi si piange perché si viene privati di una persona cara, perché in quei momenti ci si ricorda di tante cose buone e forse anche di qualche leggera pigrizia che ora ci tormenta…Il pianto anche come via penitenziale. Si partecipa alle esequie in preghiera per lui che ci lascia e per confortare i suoi cari colpiti dal dolore. Si scrivono lettere di condoglianze, di partecipazione al lutto, di solidarietà: una parola consolante per i vivi, un ricordo affettuoso della nobiltà e delle virtù del trapassato. i versi della Pietà ricordano tante persone, illustri e umili. Si muore con un carico d’anni addosso, ma anche a quindici anni. In quest’ultimo caso diventa difficile capire. Ma sempre, in ogni caso, il dolore del distacco è forte. Ci si ritrova nel vuoto. Quando muore il papà, quando muore la mamma, anche se anziani, quando muore un fratello, un compagno di scuola…E un’angoscia profonda pervade singoli e comunità quando si verifica una tragedia, quando il mare di Schiavonea diventa crudele, quando muore un benefattore, un medico di straordinaria scienza e umanità, un missionario del bene…Leggere qualche lettera, qualche brano, è attingere speranza. Ascoltiamo: “Dolorosa novella mi deste e di rammarico piena. Io sono a parte del vostro turbamento e dispiacere…Io non mancherò di raccomandare l’anima del vostro fratello al Signore, qualunque io mi sia. ..Sì, egli sarà in buon luogo, e ove (se il vedessimo) vi potrebbe forse muovere una santa invidia. Perché egli se n’è volato al riposo…; e noi ha lasciati in un mondo pieno di fatiche, di pericoli, di guerre continue malagevolissime. Pur nello stesso tempo ci ha mostrato egli la via che dovremo tenere, e ci ha richiamati con la sua morte a ricordarci del nostro fine e della caducità delle cose tutte che abbiam care quaggiù, e finalmente è andato ad assistere con le sue orazioni vicino al distributor delle grazie. Per le quali cose tutte non so se più dobbiamo addolorarci o consolarci. Anzi mentre quello non è che moto di natura, questo ci vien consigliato dalla Religione, che è più autorevole e la nostra unica vera sovrana…Rassegnamoci dunque ,caro fratello, al volere di quel Signore…che non sa mandare le disgrazie se non le accompagna insieme con le sue grazie…”. E’ una lettera di Rosmini, accolito, al condiscepolo Bernardino Candlpergher , 1819 (cito dal primo volume dell’Epistolario ascetico,Torino 1914): sono tante le lettere che Rosmini scrive nel corso della vita in occasioni dolorose. In tutte si coglie un atteggiamento dettato da grande dignità e compostezza: la cristiana pietà tempera ogni dolore e addolcisce ogni amarezza. In Fusca è pietà l’amicizia, è pietà la poesia, è pietà il bene che si compie nell’esercizio quotidiano del proprio dovere, è pietà la contemplazione del mondo: pietà, ossia rapporto personale col Divino, nel senso che De Luca attribuisce a quella religiosità diffusa, radicale, che sfugge a ogni definizione dogmatica. Ma ho citato il grande Rosmini per collegarmi a un suo discepolo, scomparso recentemente, di cui ho potuto apprezzare scienza e sapienza: don Remo Bessero Belti, rosminiano e rosminista, insegnante, scrittore e teologo robusto. Scrive in un suo breve saggio, intitolato Non piangere: “Con quelle parole Gesù ci vuole assicurare che non ‘perdiamo’ la persona cara, che i nostri Defunti continuano a vivere, continuano ad appartenerci, e un giorno li ritroveremo per sempre. Non si deve ‘disperare’ quindi, ma sperare ed attendere, anche se il cuore versa lacrime”. Qui si parla, si noti, di immortalità. Non è l’immortalità che in genere si attribuisce a eroi e personaggi storici: i quali continuano a vivere nel nostro ricordo per le opere e le gesta compiute in vita. L’illuminismo, il razionalismo, il positivismo…prima uccidono il senso cristiano dell’immortalità e poi non riescono a liberarsene. C’è nell’uomo, credente e non, una tensione ineliminabile verso l’eterno. Per i cristiani non si muore, ci si trasforma. In san Francesco di Paola non compare la parola morte. Si parla invece di defunti: di coloro che non svolgono più le loro funzioni. La riforma liturgica voluta dal Concilio insegna: ma dì una sola parola e io sarò salvato, espressione che sostituisce l’altra: e l’anima mia sarà salvata. Dunque: io, anima e corpo, spirito, intelligenza, volontà, sarò salvato. Sarò salvato se avrò orientato la mia vita secondo il Vangelo e avrò risposto alla chiamata del Signore. La vita terrena è una preparazione alla morte. Educatori cristiani e teologi scrivono trattati sul morire e sul morire bene: ricordo il grande Alfonso de’ Liguori e il calabrese Benedetto Pane, sacerdote dell’ Ordine dei Minimi. La Didaché afferma che c’ una sola via per compiere in modo sereno il nostro pellegrinaggio sereno. Ed è questa: Amerai Dio che ti ha creato, Ama il prossimo tuo come te stesso, Non fare ad altri le cose che non vuoi avvengano per te. Ma occorre ricordare con Benedetto XVI, che è figlio di una limpida tradizione teologica e spirituale, che Dio è carità, è amore! Ma qui non si può fare a meno del Catechismo della Chiesa Cattolica che al n. 1014 così si pronunzia: “La Chiesa ci incoraggia a prepararci all’ora della nostra morte (“Dalla morte improvvisa, liberaci, Signore”: antiche litanie dei santi), a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi ‘nell’ora della nostra morte’ (‘Ave Maria’) e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte”. Il paragrafo è seguito da due pensieri tratti dalla tradizione spirituale del cristianesimo: 1) “In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani?” (De imitatione Christi); 2) “Laudato si’, mi’Signore,/ per sora nostra morte corporale,/ da la quale nullo homo vivente po’ skappare.// Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali, / beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, / ka la morte secunda nol farà male” (Cantico delle creature). Ma perché un discorso di questo genere, forse inatteso? Bisogna dunque ricordare che la lettura dei Versi della Pietà è agevolata e mantenuta entro binari che non permettono equivoci da un robusto saggio introduttivo dell’ Arcivescovo di Catanzaro-Squillace.
2. Don Antonio introduce al senso autentico del libro riportando il discorso sul terreno della scienza e della sapienza cristiana. Il nostro compito dovrebbe consistere in una pausa. Leggere il saggio significa riflettere. L’arcivescovo prendendo spunto dai versi di Fusca invita a riflettere. E la sua è la parola di un pastore illuminato, ricco di esperienza e di cultura teologica. I pensieri che suggerisce il saggio sono molteplici, in parte legati al saggio stesso, in parte anche distanti, ma tutti convergenti nell’impegno che è proprio del cristiano di chiarire le ragioni del proprio credo. Io sono andato con la mente…… Sono andato ai Novissimi, ai Novissima hominis e ai Novissima mundi. Qualche teologo sostiene che oggi il discorso sulle realtà ultime si va appannando e che la Chiesa appare eccessivamente impegnata nella grande lotta per la solidarietà. Un tempo si diceva il contrario. Frosini afferma che la teologia per secoli ha richiamato l’attenzione sul Crocifisso e trascurato il Risorto. La filosofia e la letteratura spirituale continuano a interrogarsi sui grandi misteri della vita. Nascita e morte sono due punti metafisici, misteriosi, senza storia. Seguendo la concezione del tempo e della storia di Agostino, quei due punti non sono spiegabili: sono senza storia, la nascita non avendo un passato e la morte non avendo un futuro. Ma non c’ è filosofo, anche dichiaratamente ateo, che non si interroghi su quel futuro. Michele Federico Sciacca (alunni ed estimatori ne celebrano in Italia e nel mondo il primo centenario della nascita) scrive Morte e immortalità: un discorso appassionante, che fa riferimento a Rosmini, per il cui rilancio si è battuto con impegno e successo. Il concetto d’immortalità è presente anche nelle culture non cristiane, ma non il concetto d’immortalità personale; suscita perplessità l’idea di risurrezione, sin dai tempi di san Paolo, che annunzia la risurrezione e la vita . L’anno paolino contribuirà certamente a diffondere una conoscenza più limpida dell’Apostolo delle genti. Sciacca ragiona sulla risurrezione da filosofo. La risurrezione è una verità di fede:”come tale, il filosofo credente l’accetta, ma, anche come filosofo, essendo la fede per se stessa illuminante, da essa può ricevere luce per le verità razionali, quella luce che la ragione da sola non può darsi”.Lo scrive nel saggio “La filosofia di fronte alla risurrezione (p. 113), che fa parte delle Lettere dalla campagna (1953). Ascoltiamo: “La Resurrezione è preceduta dalla Passione…:è la Passione, sofferta fino alla Croce, che prepara la Resurrezione…Per risorgere in Cristo, bisogna assumersi la sua Passione:soffrire e morire in Cristo per risorgere in Lui, vivere in eterno” (ivi,p.117). L’uomo “è il solo essere che sa di morire… Questo è fondato inizio della sua immortalità… Aver coscienza di morire “ è dominare la morte. “La coscienza dell’immortalità è così inviscerata in noi che, nella coscienza della morte, sperimentiamo nos immortales immo aeternos” (ivi. p.119). Don Giuseppe De Luca, partendo dalla fede, è più esplicito: nutrendoci del Corpo di Cristo, che è immortale, noi siamo cristificati e dunque resi immortali. In quasi tutti i cercatori di verità risulta dominante un motivo, ben sottolineato da San Bonaventura, teologo francescano: l’anima è immortale, si separa dal corpo e vive nella beatitudine. Ma la beatitudine dell’anima, separata dal corpo, non è piena. L’anima tende a riavere il corpo: una tensione ineliminabile. E solo quando riavrà il corpo, la beatitudine sarà piena e pienamente gioiosa. Quanto è grande, Signore, il tuo nome su tutta la terra! Quella tensione è opera del Signore: non lo dice solo Agostino, è scritto nella ricca tradizione di pensiero e di santità della Chiesa, che continua l’opera di Gesù, annunziando il Regno di Dio. Grande l’intuizione di Giovanni Paolo II quando introduce i misteri della luce nel Rosario. Quell’annunzio del Regno di Dio è il nostro tutto, la nostra liberazione dagli affanni, il nostro andare verso la gioia senza tramonto. E se è così non possiamo dire che i Novissimi siano oggi trascurati: forse lo sono didatticamente e gli educatori cristiani ne sapranno prendere atto. La teologia certo non li trascura. Ne La teologia del XX secolo. Un bilancio di Città Nuova si parla dell’ escatologia non più come un trattato nella linea dell’insegnamento accademico manualistico: l’escatologia, si direbbe con un linguaggio che rubiamo alla politica, è realtà trasversale: al suo approfondimento contribuisce una serie di discipline nella linea, rosminiana, del sapere molteplice ma unitario. Gianni Colzani, presentando il bilancio della riflessione escatologica del XX secolo, puntualizza alcuni dati, che possono costituire punti di partenza per la riflessione di ogni singolo credente. Moltmann, Teologia della Speranza, parallela alla Filosofia della speranza di Bloch, può costituire una novità, nel suo rapportarsi da una parte al Weiss e dall’altra a tanti filoni di pensiero, ivi compresa la teologia della liberazione, nella misura in cui questa sa porre il rapporto tra storia e regno. Il Regno di Dio è il passaggio di questo mondo soffocato dal peccato alla purezza e alla libertà per opera di Dio. Passando attraverso Thils, Culmann, Daniélou, von Balthasar, Rahner…si fa un discorso nuovo sull’impegno del cristiano nella storia e sul “significato del cosmo nel quadro della gloria di Dio” (ivi, p. 506). E ricompare Origene, che parla di salvezza finale di tutti gli uomini, in quanto creati e amati da Dio, che non distrugge l’opera delle sue mani. E se è vero che Agostino ha qualche dubbio sul destino finale dei dannati, e così pure il suo seguace Rosmini, è anche vero che oggi teologia e spiritualità volgono la loro attenzione sull’amore di Dio, sulla teologia della Croce, sulla misericordia: i corpi risorgono e si uniscono all’anima e sarà beatitudine piena per tutti. E non solo i corpi risorgono gloriosi come il Corpo glorioso del Risorto, ma anche il mondo, liberato dal peccato, dal dominio del male e del demonio, risorgerà glorioso. Voleva forse dire questo Escrivà quando invitava i suoi giovani ad amare appassionatamente il mondo?
3. Abbiamo seguito un percorso dettato dalla ragione (filosofia), da motivi di approfondimento della fede (teologia). Gli uni e gli altri motivi sono validi, essendo fondati su strumenti idonei, utilizzati nei secoli dai cercatori e dai ricercatori della verità. Ma accanto alla filosofia e alla teologia si colloca un’ altra via, quella della poesia. Il poeta vola alto, attinge mondi immensi come il mistico. La poesia è preghiera. Ora io non so se Fusca sia poeta. So che ha cultura e sensibilità poetica. E con la sua sensibilità ci attrae verso verità ineffabili. Non è la poesia dei Salmi un colloquio umanissimo con Dio? Fede e poesia si incontrano, sono tra le espressioni più nobili del cuore umano. Alessandro Forte, personaggio del romanzo di Farinotti, incontra Gesù a 7 km da Gerusalamme. Lo incontra, si intrattiene con lui, chiede prove, ragiona, conversa, passeggia…Eppure resta il dubbio. A 7 km da Gerusalamme, ossia in ogni momento della nostra giornata terrena, possiamo incontrare il Signore. Lo incontriamo, forse senza in un primo tempo riconoscerlo, perché Lui ci cerca, ci ama, ci segue, ci scruta. E’ il Salvatore, al quale il salmista si rivolge: Ogni giorno della nostra vita, salvaci Signore. Agosto 2008
Sen. Francesco Pistoia
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